La Villa con la cascata

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I pilastri della Villa di Tito

Il complesso monumentale della Villa di Tito è imponente. Dalla via Salaria, basta alzare gli occhi verso il centro abitato di Paterno: lì, a mezzacosta, domina il lago e svetta maestoso dal fianco del monte.

Una lunga struttura muraria di età romana: alti ruderi da cui sporgono tredici possenti pilastri. Il Persichetti li descrive, nel 1893, come un grandioso “stabilimento balneare”. Interpreta i vani tra le colonne come fontane, passaggi per l’acqua, grazie all’indizio dei canali in terracotta, condotte idriche che corrono lungo tutto il muro di fondo.

I primi sondaggi scientifici sul sito risalgono al 1987, quando la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio realizzò una prima ripulitura delle strutture per permetterne il restauro. Poi, nel 1993, si fece una breve campagna di indagini, seguita solo recentemente da un intervento di restauro delle strutture visibili, durante il quale è stato effettuato un limitato intervento di scavo.

I lavori sono stati eseguiti nell’ambito di un Accordo di Programma Quadro tra Regione Lazio e MiBACT. Un complesso progetto di valorizzazione di tutta l’area ha previsto anche la sistemazione del vicino casale, oggi destinato a Centro di Documentazione sulla Civiltà dell’Acqua in Sabina, a laboratorio per lo studio e le ricerche archeologiche e a foresteria per i ricercatori impegnati nella zona.

Il progetto di un percorso sentieristico collega il sito con la vicina area archeologica delle Terme di Vespasiano, nel comune di Cittaducale.

Villa di Tito sopra al lago

La Villa di Tito si affaccia sopra al Lago di Paterno

I resti più imponenti consistono in un grande muro di terrazzamento, lungo circa 60 metri ed alto più di 11, formato da tredici nicchie alternate a quattordici speroni. Una serie di ambienti quadrangolari realizzati in opera reticolata affiorano al tetto della struttura muraria. La tecnica edilizia ed i materiali rinvenuti negli scavi, collocherebbero le parti primitive della costruzione in epoca tardo repubblicana o primo imperiale (I sec. a.C. – I sec. d.C.). L’impegno costruttivo legato all’abbondante presenza di acqua nel complesso è confermato dal rinvenimento di ampie superfici rivestite in cocciopesto, un intonaco a tenuta idraulica di particolare resistenza.

Alcune murature realizzate in opera vittata testimoniano poi una fase edilizia di epoca imperiale o tardo imperiale. La complessa articolazione planimetrica dell’insieme dei vani non permette ancora di ricostruire l’intera planimetria del monumento, che ad oggi risulta di fatto un tema da interpretare con maggiore precisione.

Gli ultimi scavi hanno interessato l’area tra il grande muro di terrazzamento, alcuni ambienti già precedentemente individuati, e la struttura in opera incerta visibile qualche metro più a nord. Sono stati riportati in luce tre vani rettangolari costruiti in opera reticolata , di differenti dimensioni, aperti tutti verso sud, i cui ingressi sono sottolineati dalla presenza di soglie in calcare. L’ambiente I, il più occidentale, conserva intatto uno strato di abbandono ricco di materiale ceramico che, una volta studiato, potrà fornire dati interessanti riguardanti le ultime fasi di vita e di abbandono del complesso abitativo. L’ambiente II, centrale, conserva un mosaico monocromo bianco delimitato da una fascia nera sui lati, che pavimentava originariamente la stanza. Il pavimento non è in buono stato per le consistenti lacune nel tessellato, che talvolta sono così importanti da conservare il solo strato preparatorio dell’allettamento delle tessere. Dell’ambiente III, il più orientale, si può solo descrivere la forma quadrangolare, perché è stato portato in luce solo il perimetro.

Le indagini, pur limitate dai tempi e dall’esiguità delle aree indagate, hanno evidenziato dati di notevole interesse per la genesi e la storia del complesso.

L’intero complesso si può interpretare come un’imponente villa romana affacciata sul lago di Paterno e sulla valle del Velino, arricchita da un suggestivo impianto scenografico: un sistema di cascate artificiali realizzate mediante tavole di legno incassate nelle strutture murarie, che a loro volta alloggiavano le necessarie condutture idrauliche. Una cascata d’acqua precipitava su almeno due impalcature lignee prima di riversarsi nel lago.

Questo suggestivo spettacolo doveva sicuramente essere visibile dalla via Salaria, creando giochi d’acqua che ad oggi sembrano essere un unicum nel panorama archeologico delle ville del Reatino.

Giovanna Alvino

(Estratto dal libro “Terme di Tito, Archeologie d’acqua in Sabina” edito dal Comune di Castel Sant’Angelo)

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