Il Peschiera disseta Roma
con 18mila litri al secondo

MonteNuria

Il Monte Nuria

La montagna è selvaggia e imponente. E regala alla città eterna un primato europeo: quello di essere l’unica capitale alimentata da una sorgente purissima.
L’acqua di Roma nasce sul Nuria, il monte che cinge da sud la Piana di San Vittorino, come a proteggerla. Ai suoi piedi, la struttura idrica di Cittaducale la incanala e la convoglia fino alla capitale.

L’acquedotto prende il nome dalle due sorgenti che lo alimentano: Peschiera e Capore. Il Peschiera è un piccolo corso d’acqua con una grande qualità. Quella di avere sorgenti di una portata eccezionale: più di 18mila litri al secondo. Dalle pendici del Nuria, oltre a rifornire Roma scorre per tre chilometri fino ad immettersi nel Velino. A Salisano, sempre nel Reatino, confluiscono nelle condotte altri 5mila litri al secondo dalle polle sorgive delle Capore, che sgorgano dal fiume Farfa.

La centrale ha un cuore fatto di pietra, in cui si snodano tunnel e corridoi e si aprono volte e caverne. Qui si raccoglie l’acqua che trasuda dalla roccia, in vasche profonde e limpidissime. La più grande, 30 metri di diametro, è talmente trasparente da mostrare il fondo, 15 metri più in basso. Poi l’acqua scende e inizia il suo viaggio verso l’Urbe, attraverso tubature, chiuse e diramazioni: un percorso di 18 ore fino a sboccare dai rubinetti di gran parte delle abitazioni romane.

AcquedottoPeschiera

Una delle vasche dell’acquedotto del Peschiera

Le condotte sono un’opera d’arte idraulica, antico retaggio della perizia ingegneristica degli padri romani: progettate e costruite per portare il loro prezioso contenuto a destinazione senza dispendio energetico. Al loro interno, l’acqua scorre in virtù della pendenza graduale, e viaggia a pelo libero senza mai toccare il soffitto, alto più di 2 metri e mezzo e scavato nella roccia viva.

Iniziati nel 1937, i ciclopici lavori dell’acquedotto sono stati ultimati nel 1980, con l’incalcolabile costo della perdita di alcune vite umane. La struttura è divisa in due tronchi: il primo va da Cittaducale fino a Salisano, acquista il contributo delle Capore e poi si dirama in due parti, che arrivano in altrettante zone di Roma: a Ottavia e Monte Carnale. Da qui in poi, l’acqua prosegue verso tutte le altre zone della metropoli, e alla fine esplode nella fontana di piazzale degli Eroi.

Il monumento del quartiere Prati è una “fontana di mostra”, che sigla e incornicia l’opera idraulica. Proprio come facevano gli antichi romani quando terminavano un acquedotto. Quello zampillio ricorda l’origine di un bene prezioso, che arriva da un luogo dove l’acqua è storia, culto e civiltà.

Daniela Querci