L’Atlantide sabina

PanoramicaDellaPiana

Panoramica della Piana di San Vittorino

L’antica città di Cotilia «ornata di vaghissimi teatri, di stupenti archi, di profondi acquedotti, di sontuose fabbriche», come la immagina Sebastiano Marchesi, nella sua storia cinquecentesca di Città Ducale, secondo la tradizione, da lui stesso riferita, sarebbe sprofondata per uno spaventoso terremoto che l’avrebbe inghiottita completamente, cancellandone ogni traccia. Possiamo considerare Cotilia l’Atlantide di casa nostra.
La piana, intitolata a san Vittorino martire, con i suoi «spiriti sotterranei», i suoi tremori, i suoi miti primordiali sugli Aborigeni, si inserì naturalmente nel filone delle storie sui fenomeni naturali straordinari di memoria biblica, già ben consolidato dalle leggende e dalla paura.
Il lago, immaginato sulle rovine dell’antica città, sprofondata a causa dei misfatti dei suoi abitanti, risultò infestato da un orribile drago gigantesco, che si dette a devastare la zona e a rendere l’aria pestifera con le esalazioni delle sue fauci. Solo l’intervento “eroico” di Erasmo, santo vescovo di Campania, chiamato dalle popolazioni del luogo, riuscì a riportare ordine e tranquillità, immobilizzando per sempre il mostro nelle viscere della terra, che però ancora trema per i suoi sussulti.

Lago di Paterno5

Il Lago di Paterno

Di Erasmo “bonificatore” restano le tracce toponomastiche; dell’evoluzione dello straordinario paesaggio del territorio di Cotilia si possono osservare i segni mirabili, dalle ere geologiche del passato alle bonifiche succedutesi nei secoli, fino alla grande bonifica reatina, che ha compreso l’intera Piana di San Vittorino, e costituisce il filo rosso di tutta la storia della Sabina e del Reatino, dall’epoca romana ai nostri giorni.
«Nella nostra penisola forse non v’è un’altra zona dove l’erosione carsica si mostri così attiva come nella piccola smeraldina pianura di San Vittorino (…) rinserrata fra le calcaree pendici meridionali del gruppo del Terminillo e quelle settentrionali, parimenti calcaree, della catena del Monte Velino». Così presenta la plaga, di cui si vuole raccontare un pezzo di storia, Riccardo Riccardi, il grande geografo di origini reatine, nel 1933, sul numero di gennaio di «Le vie d’Italia», la rivista mensile del Touring Club Italiano.
Il sottosuolo roccioso della piana, scrive ancora Riccardi, è formato da calcarei prevalentemente cretacei, coperti da una coltre potente di travertini e di detriti cementati, sepolti, alla loro volta, sotto terreni alluvionali recenti, che formano la parte superficiale della pianura stessa.
Numerose e grosse sorgenti, alcune delle quali mineralizzate, sgorgano sul margine o nel mezzo della piana, nella quale si verifica dappertutto un’intensa circolazione di acque sotterranee. Poiché tanto i calcari quanto i travertini sono rocce facilmente solubili, esse vengono corrose dalle acque sotterranee, che vi formano così delle cavernosità, le quali più o meno lentamente vanno allargandosi, finché, assottigliatasi eccessivamente la volta, questa, per il peso dei materiali alluvionali che sorregge, può crollare, dando luogo ad un avvallamento, a una dolina di crollo. Di tali sprofondamenti se ne sono avuti parecchi, anche in epoche molto recenti. Ad essi è dovuta certamente la formazione, sul margine settentrionale, ai piedi del Monte Paterno, e del castello omonimo, di tre cavità che ospitano dei laghetti: Lago di Paterno, Pozzo di Mezzo, Pozzo di Burino. Ad essi è dovuta altresì la situazione della chiesa di San Vittorino, sprofondata nelle acque – come la mitica Cotilia – a pochi anni dalla sua realizzazione.
La Valle del Velino, e in modo specifico la Piana di San Vittorino, riassume nei suoi miti e nella sua storia, sia la lotta ciclopica sostenuta dall’uomo per guadagnare terra coltivabile al fiume, ai tanti laghi, stagni e paludi, che ne caratterizzano l’ambiente, che la lotta tra gli uomini per la difesa o la conquista di quelle stesse terre, teatro per secoli – se non per millenni – di scontri violenti, battaglie sanguinose e dispute senza fine, tra le diverse comunità.

Roberto Marinelli
(Estratto dal libro “Terme di Tito, Archeologie d’acqua in Sabina” edito dal Comune di Castel Sant’Angelo)