Le ninfe vaganti del lago

Il lago di Paterno, un tempo lacus Cutiliae, è alimentato da una sorgente salutare sacra a Vacuna. Al centro dello specchio d’acqua c’era, come narra Varrone, un’isola galleggiante formata da incrostazioni calcaree su residui vegetali, su cui aveva sede il culto delle Lymphae commotiles, le ninfe oracolari, così chiamate per lo spostamento dell’isola.
Le Ninfe trascorrevano il tempo filando, tessendo, danzando e bagnandosi nelle limpide e fresche acque di laghi e torrenti. Nello stesso lago, si narra che venissero dedicate delle offerte a Giove, Saturno ed Apollo. I rituali comprendevano i sacrifici di agnelli e capretti, ma in prevalenza queste offerte erano meno cruente e si limitavano a latte, olio e miele.

Hylas e le ninfe di Waterhouse, 1896 Manchester Art Gallery

Hylas e le ninfe di Waterhouse, 1896 Manchester Art Gallery

Delle vaganti Lymphae commotiles esistono testimonianze nelle antiche fonti e in due iscrizioni: quella che si trova a Posta (un comune di 714 abitanti lungo le gole del Velino e che si affaccia sulla via Salaria) e quella di Borgo Velino (un altro paese del Reatino, a 460 metri sul livello del mare, tra Castel Sant’Angelo e Antrodoco). Dunque, nulla conosciamo della rappresentazione scultorea o della fisionomia, che ad esse attribuivano gli antichi. E questo vale anche per la dea delle acque Vacuna, alla quale Plinio dedicò l’intera area silvestre dell’alto Velino: nemora (bosco sacro) Vacunae.
Anche l’origine della parola lympha è oscuro. Potrebbe essere stata in origine Lumpa o Limpa, comunque relativa a limpidus, aggettivo che significa “chiaro, trasparente”, soprattutto quando veniva applicato alle acque.
Le Ninfe (dal greco antico “giovani fanciulle”) erano divinità minori della natura: terrestri, marine e dell’aria. Il loro aspetto era quello di bellissime donne, eternamente giovani, rappresentate come attraenti vergini in età da marito. Il termine “fanciulla” in greco antico ha infatti la stessa radice del verbo “prendere marito”.
Le Ninfe erano benefattrici degli uomini e rendevano fertile la natura. Proteggevano i fidanzati che andavano a bagnarsi nelle loro sorgenti. Alcune di loro guarivano i mali dell’anima e le ferite del corpo. Amanti degli dei ma anche dei comuni mortali, cantavano felici nel luogo a loro consacrato. Dalle loro unioni con gli uomini nacquero molti semidei. Le ninfe greche furono successivamente assimilate alle divinità romane delle acque, nelle fontane, nelle sorgenti e nei fiumi che segnavano l’incontaminato paesaggio dell’antica penisola.

Manuela Ferretti