Sabini, Safini,
Sapini, Savini

Frammenti di parole dei popoli italici

Frammenti di parole dei popoli italici

Si sa che Dionigi di Alicarnasso scrive che Cutiliae era stato un importante centro degli Aborigeni, cioè coloro che avrebbero abitato la Sabina, prima che vi arrivassero i Sabini.
È una rappresentazione lineare e chiara di quella sequenza che oggi noi rappresentiamo con i concetti di sostrato paleoumbro e di superstrato savino, il primo relativo alla cosiddetta Età del Bronzo, il secondo all’Età del Ferro. Del resto il termine latino di Aborigeni è trasparente: designa quelli che c’erano “al tempo delle origini”. E questo concetto fa il paio con la nota affermazione di Plinio il Vecchio, secondo cui Umbrorum gens antiquissima Italiae existimatur: evidentemente Umbri è l’etnonimo che coincide con la qualifica Aborigines “quelli delle origini”. E su questo sostrato (Umbri/Aborigini) si diffonde la presenza dei Saβini. Che poi le “costellazioni storiche” si identifichino con nomi locali differenti è cosa priva di rilevanza: le designazioni storiche fanno riferimento a strutture politiche, amministrative ed economiche che spesso ignorano le radici culturali profonde e le affinità di lingua.
L’idea che i Sabini fossero solo le genti della Sabina dei Romani è fortemente riduttiva. In verità erano Savini (che sarebbe la forma corretta per rappresentare il nome che loro stessi si erano dato). Cioè i gruppi socialmente dominanti all’interno delle popolazioni tradizionalmente definite Umbri, Piceni, Sabini, Sanniti, per non parlare di tutti i gruppi “minori” del mondo osco-umbro.

Ancillotti_Sabini_Mappa dell'Italia nell'Età del Ferro di Gaius Crastinus

Mappa dell’Italia nell’Età del Ferro di Gaius Crastinus

Ma va detto che persino gli etnonimi Sapina tribus e Sapinates sono esito dell’aggettivo saβìno < indeur. *swobh(o)-īno- “proprio, della propria gente”.
Il fatto è che dimentichiamo che quasi tutte i nostri documenti sono scritti in latino, da persone che facevano riferimento alla fonetica della lingua di Roma e che erano “costrette” a filtrare tutte le parole che scrivevano attraverso quella sensibilità linguistica. Sarebbe come dire a un italiano di oggi di trascrivere con la propria norma grafica delle parole arabe, per esempio.
In casi come quelli sopra segnalati le grafie con -p- della tradizione latina sono dovute alla “bilabialità” del fonema fricativo savino -β-, tipico del sistema fonologico savino ma estraneo al latino. Nella stragrande maggioranza dei casi il latino rende il β savino con il grafema b, che ne rappresenta la bilabialità e la sonorità, anche se non ne rispetta il carattere fricativo, sostituendola con l’occlusione.
Nelle rare iscrizione savine originali, come quelle sudpicene o quelle sabine, la bilabiale fricativa sonora è rappresentata con il cosiddetto “segno ad 8”, o meglio, con la modificazione sudpicena (due punti sovrapposti) del segno alfabetico in questione: ciò per esempio in Safinìm “Samnium”, che in realtà suonava sàβniom/ sàβnim.
Nelle tre iscrizioni di Penna Sant’Andrea si hanno le seguenti ricorrenze dell’etnonimo: nell’iscrizione 1: sidom safinús estuf “un sidom i Savini qui (eressero??) …”, e anche: safinas tútas “della comunità savina”; nell’iscrizione 2: safinúm nerf persukant “i principi dei Savini celebrano …”. E nell’iscrizione 3: okreí safina “sulla montagna la (comunità??) savina …”.

Il ratto delle sabine del Giambologna

Il ratto delle sabine del Giambologna

La resa latina con -p- potrebbe essere stata in parte favorita dalla pronuncia poco sonora della bilabiale fricativa in questione da parte di larghe fasce del sostrato paleoumbro, che rendeva le Mediae Aspiratae indeuropee con Mediae, ma che pronunciava quelle “mediae” con poca sonorità, in modo che all’orecchio romano potevano essere sentite come occlusive sorde. Da qui ha origine la presenza di varianti con sorde da Mediae Aspiratae indeuropee, come nei casi famosi di Alpes, rispetto all’indeuropeo *albho- “bianco”, Rutuli rispetto all’indeuropeo *rudhro-, e di litra (siculo) rispetto al latino libra, entrambi da *leidhra- (Untermann 2000, Lejeune 1993, Stuart-Smith 2004).
Per una specie di beffa del destino si osserva che presso alcune delle comunità italiche a guida savina, come quelle umbre delle Tavole di Gubbio, quelle picene, quelle sabine, quelle sannitiche e così via, riemerge una peculiarità paleoumbra come questa della pronuncia poco sonora delle occlusive sonore, d,b,g, tanto che si incontrano sporadiche loro rappresentazioni con il segno delle sorde. Così leggiamo Sapina tribus e Sapinates, anziché sabina e sabinates, leggiamo Sapius …

Augusto Ancillotti*

*Glottologo, docente emerito dell’Università di Perugia, ha dedicato la sua vita accademica allo studio delle lingue indoeuropee e ha condotto a termine il percorso secolare della traduzione delle Tavole di Gubbio.

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