Tito,
l’uomo redento dal potere

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Tito, testa in marmo da Pantelleria

Nessun imperatore salì al principato con una fama peggiore della sua. Ma forse nessuno fu rimpianto come lui.
Tito regnò per due anni, due mesi e venti giorni. Morì nella sua Villa di Aquae Cutiliae, nello stesso luogo dove si era spento suo padre Vespasiano. Aveva solo 42 anni. Era il 13 settembre dell’81 dopo Cristo. Il suo principato, come scrisse Ausonio “fu felice nella sua brevità”.
Era malato da tempo. Ma l’annuncio della morte fece piombare nella disperazione i senatori che accorsero subito nella Curia, ancora prima di essere convocati. I “patres” si profusero in pubblici ringraziamenti e discorsi di elogio verso il defunto.
Una commozione vera e profonda scosse in quei giorni l’Impero.
Tanto che Tito Flavio Vespasiano passò poi alla storia come “amore e delizia del genere umano”, secondo la celebre definizione con la quale Svetonio iniziò la biografia a lui dedicata. Una reputazione che rimase intatta negli anni a venire. Basti pensare che fu eletto a modello di principe da quelli che furono poi definiti i “Cinque buoni imperatori” del II secolo: Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio.
La storia di Tito fu quella di un predestinato. Ebbe un’ottima educazione militare e letteraria che coltivò insieme al suo amico del cuore Britannico, secondo figlio dell’imperatore Claudio e di Messalina che, secondo Tacito, fu fatto avvelenare dal fratellastro Nerone durante un banchetto.
La leggenda dice che anche Tito rimase intossicato dal veleno e che passò molto tempo prima che potesse ristabilirsi pienamente.
Fu l’unica malattia della sua giovinezza di cui si abbia conoscenza. Come il padre, Tito non era molto alto, ma aveva un fisico robusto ed aggraziato. Le rappresentazioni sui busti e le monete che sono giunte ai nostri giorni confermano la somiglianza evidente con il capostipite dei Flavi.

Quando salì al trono, la sua fama era talmente compromessa che nei circoli romani del potere veniva annunciato come un novello Nerone: veniva descritto un uomo crudele, avido, dissoluto e lussurioso.
Qualche ragione c’era. In battaglia non risparmiava i nemici: nelle guerre giudaiche, quando il padre, alla morte di Nerone, lo lasciò a combattere la rivolta degli ebrei, rase al suolo Gerusalemme dopo un feroce assedio, ne distrusse il tempio e fu il protagonista del genocidio di più di un milione di persone. L’eco della vicenda storica dura fino ad oggi. I romani celebrarono il trionfo militare. Ma per gli ebrei da allora fu considerato un mostro da maledire per l’eternità. Quando affrontò gli avversari del padre, fu spietato anche in tempo di pace. Le cronache ricordano soprattutto l’assassinio di Cecina, un ex alleato che aveva preso parte ad una congiura e che fu ammazzato all’uscita di un banchetto che si era appena concluso nel palazzo imperiale.

Tito seguiva alla lettera le indicazioni di Vespasiano al quale fu sempre leale e che rispettava in modo profondo. Fu associato presto al potere dal capostipite dei Flavi che pensò subito a lui come suo erede. In nome del padre redigeva lettere ed editti e pronunciava orazioni in Senato.

TITO 5 Berenice, amante di Tito, protagonista di un'opera di Racine

Berenice, amante di Tito, protagonista di un’opera di Racine

Per rimpinguare il traballante erario di Roma, anche Tito usò metodi spicci e si fece fama di avarizia, come l’augusto e parsimonioso genitore. Ma la notte, quando il frugale imperatore, che non aveva perso le sue antiche abitudini di soldato, si alzava per iniziare a lavorare, lui ancora tirava tardi, come assoluto protagonista di fantasiose orge di cui favoleggiava tutta Roma. Insomma, l’aurea neroniana, non era solo un pettegolezzo di senatori sfaccendati.
Poi tutto cambiò, all’improvviso e in modo radicale, quando Tito diventò l’undicesimo Cesare della storia di Roma.
Fu il raro caso di un uomo redento dal potere. Il nuovo imperatore fece dimenticare presto i suoi scandali sessuali. Abbandonò al loro destino i compagni di gozzoviglie. Bandì il lusso dalla corte. Assunse modi democratici. Rifiutò i doni costosi che, secondo la tradizione, venivano offerti all’imperatore. Ebbe anche il buon senso di scegliere con saggezza amici e consiglieri.

Lo sfrenato libertino e lo spietato esecutore di ordini, si trasformò in un prudente uomo di Stato. Fece scalpore soprattutto la sua scelta di rinunciare a Berenice, una bellissima principessa ebrea, figlia di Erode Agrippa I, che aveva conosciuto durante l’assedio di Gerusalemme e della quale si era innamorato. Tito non se ne separava mai. L’aveva portata a Roma, a vivere nel suo palazzo, sfidando le ire di un Senato irritato e spaventato dal fantasma di una nuova Cleopatra, capace di irretire l’erede al trono.

Il legame tra la discendente del famoso Erode della “strage degli innocenti” e l’imperatore designato, era duraturo e profondo. La donna sognava di sedere sul trono più alto del mondo. Ma Tito la ripudiò. Berenice, che ispirò anche una celebre tragedia in versi di Racine, affranta ed umiliata, fu costretta a tornare in Palestina, in nome della ragione di Stato, con grande sollievo dei “patres” romani.

TITO 18 Giulia, figlia di Tito e amante di Domiziano

Giulia, figlia di Tito e amante di Domiziano

Prima di lei, Tito era stato sposato due volte. La prima moglie morì giovane. Dalla seconda, Marcia Furnilla, ebbe Giulia, l’unica figlia, che diverrà l’amante di Domiziano e che poi morirà mentre era incinta del fratello del padre.
Il nuovo imperatore cambiò presto la sua immagine ma mutò anche il volto di Roma. Lo fece senza risparmiare e senza lesinare energie per edificare alcune grandi opere pubbliche che trasformarono la città.
Inaugurò il Colosseo, lo splendido Anfiteatro Flavio che suo padre Vespasiano aveva iniziato a costruire 8 anni prima, lasciando un segno indelebile nella fantasia popolare: cento giorni di spettacolari feste, celebrate con battaglie navali su un lago artificiale, lotte di gladiatori e cacce di animali esotici. In un solo giorno, tra il tripudio dei romani, fece combattere nell’arena quasi cinquemila belve.
Con senso politico, Tito evitò che il costo dei giochi si ripercuotesse sulle tasche dei cittadini. La circostanza, non consueta, fu molto apprezzata da chi affollava gli spettacoli.
Il rivestimento in travertino donava ai quattro piani dell’arena una immagine di maestosa eleganza. Il Colosseo poteva ospitare 60.000 spettatori, che d’estate erano protetti dalla calura grazie a grandi teli, fissati sui pennoni che circondavano l’anfiteatro.
In contemporanea all’inaugurazione di quello che è ancora oggi il simbolo di Roma nel mondo, Tito aprì le Terme che anche adesso portano il suo nome. Con la sorpresa di molti senatori, vi ammise la plebe, anche quando era lui stesso a prendere il bagno.
Sul fronte legislativo, l’imperatore prese molti provvedimenti a favore dell’esercito, per il quale ebbe sempre un occhio di riguardo, in nome dell’antica tradizione familiare.

TITO 14 Ricostruzione del Colosseo mo stra Divus Vespasianus

Ricostruzione del Colosseo esposta nella mostra Divus Vespasianus

Secondo Svetonio, rispetto al “provinciale” Vespasiano, Tito aveva “una conoscenza profonda delle lettere greche e latine, una sorprendente facilità nello scrivere poesie. Si intendeva anche di musica; cantava e suonava con leggiadria e perizia”. Amava l’Oriente da dove fece arrivare nuovi libri e preziosi codici. Portò a nuova vita la famosa biblioteca del portico d’Ottavia.
Sulle pendici del Palatino, a poca distanza dal Colosseo, nell’area che un tempo era proprietà privata di Nerone, fece iniziare la costruzione di un monumento trionfale che con il vicino, grande anfiteatro, diverrà il simbolo dell’epoca dei Flavi: l’Arco di Tito, capolavoro dell’arte romana.
L’imperatore conquistò i suoi sudditi mostrando una saggezza degna del suo ruolo: abolì i processi di lesa maestà, ordinò esemplari punizioni per i delatori e stabilì che trascorso un certo numero di anni, non si indagasse più sulla condotta passata dei defunti. Soprattutto fece mettere nero su bianco una regola: quella che per la stessa accusa non fosse lecito avvalersi di leggi diverse.

TITO 11 Veduta dell'Arco di Tito di Caspar Van Wittel Andriaans, olio su tela (1)

Veduta dell’Arco di Tito di Caspar Van Wittel Andriaans, olio su tela

Tre gravissime calamità funestarono i suoi 26 mesi da imperatore. Tito seppe affrontarle in modo tempestivo e con determinazione. Appena un mese dopo la sua ascesa al trono, una terribile eruzione del Vesuvio distrusse Pompei, Ercolano e Stabia. L’imperatore visitò personalmente la zona devastata dalle ceneri di lava, fece preparare i piani di ricostruzione delle città distrutte e portò conforto alla popolazione.
Era ancora in Campania quando a Roma scoppiò un enorme incendio. Tre giorni e tre notti di fiamme distrussero un grande numero di edifici, templi e case private. Il fuoco divorò i teatri di Pompeo e di Balbo, le Terme di Agrippa, la Biblioteca di Augusto e sei templi, fra cui il Pantheon e il Tempio di Giove Capitolino appena costruito.
Subito dopo, in quella che era ormai diventata una sterminata ed affollata città, tornò una epidemia di peste che già aveva fatto la sua comparsa durante il regno di Vespasiano. Tito mise a disposizione della popolazione le casse dello Stato. Ma impegnò per i soccorsi anche i suoi beni privati.

Crebbe così la leggenda dell’imperatore caritatevole. Anche perché, come regola di comportamento, dava una speranza a tutti. A chi glielo faceva notare, rispondeva: “Non è giusto che qualcuno vada via scontento dopo una udienza”. Una sera, prima di mettersi a tavola, si ricordò che quel giorno non aveva beneficiato nessuno ed esclamò: “Ecco una giornata perduta!”.

Mantenne anche la promessa, fatta nel momento solenne in cui diventò pontefice massimo, di non volersi più sporcare le mani di sangue.
Così quando furono arrestati due patrizi che avevano congiurato contro di lui, spiegò loro che l’impero, e quindi il potere, è solo “un dono della sorte”. Poi li invitò a un pranzo a cui seguì un apposito spettacolo di gladiatori. Fece sedere i cospiratori ai suoi fianchi e per dimostrare che non aveva paura di essere ucciso, mise nelle mani dei congiurati due spade e chiese loro di esaminarle. Ebbe anche l’accortezza di inviare un corriere presso l’abitazione di uno dei due, per rassicurare la madre di uno di loro sul fatto che il figlio non aveva nulla da temere.
Riservò lo stesso atteggiamento al fratello Domiziano, che più volte, secondo gli storici dell’epoca, tentò di mettergli contro le truppe: non solo Tito non lo punì mai ma lo trattò sempre con affetto, indicandolo come suo successore ad ogni occasione.

TITO 4 L'impero Romano al tempo di Tito

L’impero Romano al tempo di Tito

Forse, in punto di morte se ne pentì, quando confessò di avere un solo grande rimpianto nella sua vita. Una affermazione che secondo Svetonio ed altri autori, era riferita proprio al fatto di aver preso piena coscienza della misantropia e del dispotismo paranoico del collerico fratello minore, al quale stava per lasciare un immenso potere.
Le fonti narrano che fu visto piangere in pubblico nel corso dell’ultimo dei cento giorni di festa proclamati per celebrare l’inaugurazione del Colosseo. Forse proprio allora venne a conoscenza della malattia che lo portò alla morte. Diradò i suoi impegni. All’improvviso apparve abulico e distante. Presagendo la fine, decise di tornare nella sua villa ad Aquae Cutiliae. Svetonio scrive che la febbre lo colse fin dalla prima tappa del suo viaggio verso la Valle del Velino. Bastomsky in “La morte dell’imperatore Tito”, sostiene che la morte fu dovuta ad una forma maligna di malaria. Il nome moderno della malattia è “paludismo cerebrale” e si manifesta con febbri altissime.
La realtà medica si mescola alla leggenda della punizione divina, riportata nel Talmud, la raccolta sacra del popolo ebraico, scritta dagli tra il I secolo a.C. e il IV secolo d.C. Secondo il libro, quando Tito distrusse Gerusalemme e portò via dal tempio molti sacri vasi ed altri tesori, una voce tonante dal cielo lo avrebbe maledetto: “C’è una creatura insignificante in questo mondo, contro la quale non potrai combattere”. Il rabbino Fineas scrisse che quando Tito sbarcò in Italia, un insetto gli entrò in una narice e poi visse per sette anni nel suo cervello, causandogli immani dolori. E alla sua morte, quando gli si aprì il cranio, “vi si trovò una zanzara grande come una rondine”. La cupa leggenda dei sette anni di dolori, spiega l’odio violento che gli ebrei provavano per l’imperatore romano.
La storia dice invece che Tito, prima della malattia che lo finì, era stato sempre in ottima salute. Nella villa sabina, in quello che era stato a lungo, il luogo preferito degli ozi estivi, era assistito di continuo dai medici.
Plutarco, in un suo trattato sui precetti sanitari, ricorda che negli ultimi giorni non poteva più alimentarsi se prima non aveva fatto un bagno.

Domiziano, impaziente, aspettava di diventare imperatore. Era già pronto per la successione. E secondo Dione Cassio, avrebbe addirittura affrettato la fine del fratello, ordinando di farlo sdraiare in una cassa piena di neve, sostenendo che il corpo febbricitante aveva bisogno di essere subito raffreddato. Non sappiamo se andò veramente così. E se quella morte naturale fu in realtà un omicidio mascherato.
Quel che è certo è che Tito, poco dopo, chiuse i suoi giorni. E che lasciò una traccia indelebile nella storia di Roma.

Federico Fioravanti

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