Vacuna, la dea dai mille volti

L’ombelico d’Italia, l’omphalos, era il luogo primordiale che più ogni altro legava i sabini alla loro grande dea madre. Vacuna era invisibile e incorruttibile. Vicina e misteriosa. Non aveva forma umana. Una visione, sfuggente ma continua. Da percepire solo con i sensi o nel silenzio della mente, in comunione con la natura, durante le abluzioni sacre che si compivano nel santuario degli antichi popoli italici che sorgeva sulle sponde del Lacus Cotiliae.

Vacuna rappresentata a Montebuono secondo il Vattani

Vacuna rappresentata a Montebuono secondo il Vattani

Vacuna, dea delle acque, della natura, dei boschi e della fertilità, era la protettrice del benessere e del riposo alla fine dei lavori agricoli. Vegliava sulle arti e le messi e che come ricorda Ovidio nei Fasti era sempre presente, la sera, davanti al focolare domestico, nel momento del riposo. Era la figlia di Sabo, il personaggio della mitologia sabina dal quale deriva la radice linguistica “sab” che univa sabini, sabelli e sanniti, popoli fratelli, generati in lontane ed oscure “primavere sacre”. Sabo a sua volta era nato da un dio, Sanco (in latino Sancus), il Fiso Sancio degli antichissimi umbri, citato nelle Tavole Eugubine: un Giove italico, padre di tutti gli dei, dio dei patti, della lealtà, della parola data, cosi importante per il popolo sabino, permeato nel profondo, di una religiosità autentica, obbediente alle leggi e attento alle regole della comunità, un bene comune da difendere e preservare.
Da Fiso Sancio arriva anche l’eredità di altre parole, forti come pietre. Su tutte, è giunta sino a noi “sancire”: rendere sacra la fedeltà ai patti, garantita dalla presenza del divino nella vita di ogni giorno.
Il nome Vacuna deriva dall’antico umbro “uaku”, una parola di origine indoeuropea che indica l’assenza del male ma vuol dire anche anche “piega”, “curva” e quindi “buona sorte”.
Marco Terenzio Varrone, a proposito dell’origine del nome della dea sabina, ricorda il termine latino “vacuus”, nel senso di “libero dal lavoro”. Da cui la “vacatio”, la vacanza, il riposo meritato dopo le fatiche quotidiane: ma anche altre parole come vacuo, vacante, vagabondare.
Vacuna, divinità del riposo, agognata e capace di alimentare la speranza, era anche la dea che colmava le perdite e le assenze. Quel vuoto di attività, così carico di incertezze, dei contadini nei duri mesi invernali, in attesa della primavera, che avrebbe portato cibo, calore e benessere. Ma anche il vuoto dell’attesa, di una separazione forzata, di una partenza.
Georges Dumézil, storico delle religioni, filologo e linguista, scrive di Vacuna come della dea che la famiglia sabina invocava nelle sue preghiere affinché una assenza per viaggio, guerra o malattia non finisse con la scomparsa della persona cara.
Il sabino Numa Pompilio, il secondo, grande e pio “re sacerdote” di Roma, riteneva che Vacuna fosse l’origine e la causa di ogni cosa. La chiamava “La tacita” e insegnò ai Romani a rispettarla e a venerarla.
Vacuna, divinità senza volto, venerata sulle sponde sacre del Lacus Cutiliae, dove anche gli schiavi in suo nome venivano affrancati, nei secoli, fu adottata in modo pieno dai romani. Cambiò nome e assunse altre sembianze.
Fu anche la divinità Fortuna, istituita da Anco Marzio, terzo re sabino di Roma e venerata con ben tre templi sul Quirinale. Non a caso anche a questa dea era sacro il lago di Cutilia. Il nome Fortuna, ricostruito dai glottologi come “Bher-t-una”, ha poi la stessa radice di Feronia, un’altra divinità venerata dagli antichi sabini in più luoghi e con sontuosi altari.

I_Boschi_Di_Paterno

Vacuna proteggeva anche i boschi e le messi

Come Vacuna, Feronia proteggeva l’agricoltura, i boschi e le messi e veniva celebrata dagli schiavi che riuscivano a liberarsi dal loro giogo. La radice linguistica è “bhr-ti”: indica il portare”, “il sostenere”, “il sostegno” ma significa anche “apportare” nel senso dell’abbondanza. Una dea che “porta bene”.
Quasi certamente anche Feronia era un altro volto di Vacuna, dea invisibile e quindi non raffigurata ma capace di assumere sembianze diverse. Comunque divine.
Si trasformò in “Minerva sedente”, “Diana tunicata”, Venere. Fu Bellona, altra antica dea sabina della guerra. E Cerere che mostra i pomi agli agricoltori fedeli, quasi a simboleggiare la promessa di fertilità della terra. Soprattutto diventò Vittoria, l’amata dea dei romani, giovane donna alata venerata in un tempio sul colle Palatino, la famosa “Victoria Augusti” così vicina agli imperatori.
I Flavi, originari della valle del Velino, rimasero legati al culto della dea. Vespasiano in suo onore costruì un tempio nella grande capitale dell’impero. E le dedicò una epigrafe, ancora leggibile, murata a fianco del Castello di Roccagiovine, sorto nel Trecento nel piccolo borgo nei pressi di Licenza su un precedente santuario della antica dea dea sabina. Ma già allora Vespasiano fece scrivere di aver restaurato il tempio di Vittoria, senza nominare Vacuna.
Suo figlio, l’imperatore Tito, “delizia del genere umano”, morto come il padre a Cotilia, innalzava sacrifici alla dea come segno di attenzione e rispetto per le origini sabine della sua famiglia. E Domiziano, il terzo imperatore della dinastia dei Flavi, aveva quasi una ossessione per Vacuna, alla quale dedicò molte delle monete coniate in suo nome. Un tempio in onore della dea doveva essere il cuore stesso del nuovo foro che l’ultimo dei Flavi aveva cominciato a far costruire.

VACUNA 4 Vittoria raffigurata su una moneta dell'imperatore Costantino II

Vittoria raffigurata su una moneta dell’imperatore Costantino II

Sono molti i luoghi che in Sabina e nel Lazio richiamano a Vacuna, dea delle acque, dei boschi e del riposo. Seguendo l’etimologia si può costruire un itinerario. Dalla Valle del Baccano, nei pressi di Campagnano di Roma, dove sul bordo di un antico cratere vulcanico poi colmato da una palude, ora bonificata, sorgeva, in onore della divinità, Mansio ad Vacanas, un’area adibita al riposo del viaggiatore.
Sulle rovine di un tempio dedicato a Vacuna, alle pendici del monte Acuziano, nel 550 si sviluppò un primo nucleo cenobita che, più tardi, diverrà la potente Abbazia di Farfa.
E a Bocchignano, che si chiamava Vacunianum, proprio dove si incrociano tre torrenti, sul luogo del santuario dedicato alla misteriosa dea delle acque è stato edificato uno dei più antichi castelli della Sabina.
A Vescovio, nata sulle rovine della città sabina di Forum Novum fu scoperta una iscrizione (“Sancte Vacunae sacrum”).

Quinto Orazio Flacco raffigurato da Anton von Werner

Quinto Orazio Flacco raffigurato da Anton von Werner

Il paese di Vacone prende il suo nome proprio dalla dea. Orazio, il grande poeta latino, che in onore ad Epicuro non amava la vita cittadina, scelse quei luoghi per costruire la sua villa di campagna, su un fundus che gli era stato donato da Mecenate, vicino alla celebre e fresca fonte Bandusiae. Ancora oggi, ogni anno, dietro il paese “post Fanum putre Vacunae”, tutti gli abitanti del borgo prendono parte ai festeggiamenti di Sacra Vacunae. Poco lontano, si può visitare il Pago, bosco sacro cantato da Plinio.
Un bassorilievo, conservato a Montebuono sabino, rappresenta l’enigmatica dea assisa su un trono. Secondo il Guattani, cultore di storia sabina, quell’opera è l’unica immagine della dea giunta ai nostri giorni. I contorni sono incerti. Il mistero rimane. Come le labili tracce trovate a Cerchiara, il paese alle porte di Rieti che fu costruito sulle rovine di un pagus romano.
Ma è lungo il corso del Velino, il fiume dei padri sabini, la fresca vena d’acqua che forma il bacino idrografico più grande d’Europa che i luoghi,  che le foreste e le pietre parlano ancora di Vacuna.

Al calar della sera il silenzio del lago di Paterno evoca ancora la presenza del sacro. Testimoniata a Caporio dalle iscrizioni dedicate a Vacuna, ma anche a Giove, a Venere e a Silvanus, nume tutelare delle foreste.
Nell’alta valle del fiume, la chiesa di Santa Rufina di Posta, è costruita su un tempio della dea. Poco dopo, a Laculo, una lapide votiva inglobata nello stipite di una porta è il segno tangibile della fede di Murrius, un grande allevatore di pecore e muli, citato anche da Varrone.
A Bacugno, basta la parola: quello scambio tra la lettera B e lettera V che caratterizza ancora oggi i suoni antichi del dialetto reatino. Lo sguardo tutt’intorno corre alle tante piccole fontane sparse, dove l’acqua zampilla copiosa. E’ la terra di Vespasiano, il grande imperatore nato nella piccola valle intorno a Phalacrine nel 9 d.C., che settanta anni dopo scelse di morire a Cotilia.
Oltre Cittareale ci sono le sorgenti del Velino. Nel paesino di Vetozza, la piccola chiesa di San Pietro è stata costruita su un tempio dedicato a Vacuna.

La devozione popolare ha attraversato gli anni e i secoli e si è trasformata: la dea delle acque e del riposo del Lacus Cotiliae è all’origine della fede, ancora viva, per santa Vittoria, martire sabina. Nell’alto Medioevo il culto ancestrale di Vacuna fu sostituito da quello per la Madonna.
Tra boschi, fiumi e torrenti, i Vacunae nemora di Plinio, le selve sacre della dea, tornano alla memoria. Luoghi di culto in aree boschive sacre che rimandano all’alba dei tempi. Sono le sentinelle della dea dai mille volti, che forse custodisce ancora il delicato e fragile paesaggio della valle smeraldina.

Federico Fioravanti

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Le ninfe vaganti del lago

I luoghi di Vacuna

Alla ricerca dell’isola fluttuante

La sacralità dell’acqua

La grande bellezza