Vespasiano: “Un imperatore
muore in piedi”

VESPASIANO 3 Testa Vespasiano, mostra Roma Divus Vespasianus

Testa Vespasiano, mostra Roma Divus Vespasianus

“Un imperatore muore in piedi”. L’ultima frase di Vespasiano pronunciata ad Aquae Cotiliae, di fronte agli uomini della sua corte, è passata alla storia.
Lo videro sollevarsi dal letto, con indicibile sforzo. Sbigottiti, provarono ad aiutarlo. Lui sorrise, con una smorfia che somigliava ad un ghigno. Del resto il suo volto, dai tratti popolani, come confermano le sculture che lo raffiguravano calvo e con la mascella quadrata, aveva la particolarità di apparire sempre contratto, come se l’uomo a cui apparteneva fosse perennemente sotto sforzo.
Era proprio così. A Vespasiano nessuno regalò niente. Dovette conquistare tutto, passo dopo passo, con tenacia e disciplina.

Il capostipite della dinastia dei Flavi salì al trono nel 69 («l’anno dei quattro imperatori») e pose fine a un periodo di gravissima instabilità politica. Rifondò l’impero dopo le dissolutezze neroniane. E tracciò le basi del “principato dinastico”, una concezione politica del governo di Roma che resse per due secoli, dalla costruzione del Colosseo fino ad Alessandro Severo, nel 235 dopo Cristo.

Un imperatore del buonsenso: frugale, pragmatico, sobrio, diretto. La sua dinastia unificò il sistema legislativo, introdusse una unica moneta, riordinò il fisco e rimise in sesto le traballanti finanze dell’impero. Non sopportava gli aristocratici. E non volle mai farsi passare per uno di loro. Anzi, ostentò, con orgoglio, le sue origini.
Nacque a Falacrinae, nell’alta valle del Velino, il 9 d.C. da una famiglia della classe media. Suo padre, Flavio Sabino, possidente terriero, faceva l’esattore delle imposte. La madre Vespasia Polla, originaria di Norcia, era la sorella di un senatore di Roma. Fu lei che, secondo Svetonio, spronò il figlio a seguire la carriera militare, mettendolo in competizione con suo fratello, Sabino, che raggiunse in fretta i gradi di tribuno militare.

VESPASIANO 5 Frammento di un rilievo con testa di soldato, mostra Roma Divus Vespasianus

Frammento di un rilievo con testa di soldato, mostra Roma Divus Vespasianus

Vespasiano diventò un grande soldato, in campagne militari che toccarono la Tracia, la Germania, la Bretagna e l’Africa. E ricoprì alte cariche sotto Caligola e Claudio. Mal sopportava le declamazioni poetiche di Nerone. Una volta, addirittura, si addormentò mentre l’imperatore cantava, ispirato. Per questo cadde in disgrazia ma riconquistò i favori imperiali grazie alla sua abilità di generale. Fu mandato in Giudea con il compito di sottomettere quella terra rissosa ai voleri di Roma. Alla fine salì al trono, dopo lo spaventoso interregno che seguì alla morte di Nerone con cui terminò la dinastia dei Giulio-Claudii.

Nel 69, nel giro di pochi mesi, tra massacri, colpi di scena e tradimenti, l’impero passò di mano tra Galba, Otone e Vitellio. Quell’anno fatale, Vespasiano fu acclamato imperatore dalle legioni orientali. Ma scelse la prudenza: lasciò a Tito, figlio fidato, il compito di reprimere la rivolta degli ebrei in Palestina e all’altro figlio Domiziano affidò la reggenza di Roma. Lui si stabilì in Egitto per controllare i rifornimenti di grano, vitali per l’approvvigionamento alimentare della capitale del mondo antico. Attese lì, in riva al Nilo, che i suoi generali sconfiggessero Vitellio a Cremona. Negli ultimi giorni dell’anno il Senato ratificò la sua elezione.

Vespasiano aveva ormai sessanta anni ma li portava bene grazie al quotidiano esercizio fisico ed ad una vita lontana dai vizi dei suoi predecessori. Era moderato anche nella vita privata. Svetonio e Dione Cassio ci informano del suo matrimonio con Flavia Domitilla che lo lasciò presto vedovo, Ebbe tre figli: i futuri imperatori Tito e Domiziano e Domitilla che si chiamava come la madre e che morì quando il padre ascese al principato. Cenide, una liberta colta e dotata di una memoria stupefacente, fu forse la donna più importante della sua vita. Era la sua concubina già prima del matrimonio. Vespasiano la riprese con sè all’inizio della sua vedovanza e quando la donna morì non la sostituì con nessun’altra. L’imperatore rimase un soldato anche nelle abitudini. Detestava il gioco dei dadi. Non si appassionava nemmeno alle lotte dei gladiatori. Evitava gli eccessi a tavola e, come regola, rimaneva a digiuno una volta al mese. Si svegliava quando ancora era buio e lavorava, con metodo, tutto il giorno. I risultati si videro subito.

Vespasiano, già nei primi mesi del suo regno, riorganizzò l’esercito, favorendo l’ascesa di ufficiali di carriera, provinciali come lui. Revisionò il catasto. Poi mise mano alle dissestate finanze del grande impero. Con metodi ispirati a un realismo politico che diventò proverbiale. Per rinsanguare le casse scelse la via spicciola di vendere a prezzi salatissimi le cariche pubbliche. E affidò il fisco ad implacabili esattori che si misero al lavoro quasi con ferocia. Il popolo, vessato, all’inizio maledisse l’imperatore. Ma poi accadde che Vespasiano richiamasse a Roma quei funzionari rapaci. Prima li elogiò pubblicamente e poi confiscò i loro lauti guadagni privati che usò per risarcire le loro vittime. Al figlio Tito, che criticava l’escamotage, rispose: “Nel tempio faccio il sacerdote. Con i briganti faccio il brigante”.

VESPASIANO 7 Vespasiano a Norcia (fonte Flickr.com)

Vespasiano a Norcia (fonte Flickr.com)

Così il bilancio dello Stato fu rimesso a posto in fretta. Anche grazie ai “vespasiani”, i bagni pubblici che portano ancora il suo nome. Per usarli bisognava pagare. Chi non li utilizzava veniva multato. Le entrate crescevano. Anche grazie alla tassa sul prelievo dell’urina che era usata dai tintori di panni. A Tito, più raffinato del padre, fare soldi in quel modo sembrava sconveniente. Vespasiano rispose con una battuta che dura da duemila anni: “Pecunia non olet”, il denaro non ha odore. Il realismo diventò la cifra, anche stilistica, del suo regno: ricondusse le istituzioni alla loro originaria competenza. Frenò le richieste dei generali senza indebolire troppo il Senato. E indirizzò la dignità imperiale alla successione ereditaria grazie alla “Lex de imperio Vespasiani”, con la quale informò i patres della più importante istituzione di Roma che sarebbe stato uno dei suoi figli ad assumere il titolo di imperatore dopo la sua morte.

A Tito, che debellò la rivolta giudaica, culminata con la distruzione di Gerusalemme, riservò gli onori del trionfo congiunto: nel 70 d.C. padre e figlio celebrarono insieme la gloria di Roma. Fu un evento memorabile. Anche perché il Tempio di Giano, che a Roma veniva chiuso nei periodi di pace, serrò le sue porte. Per i restanti 9 anni del principato di Vespasiano il mondo romano visse lontano dalle guerre.
L’imperatore sabino ebbe cura anche di favorire la romanizzazione delle province, garantendo l’accesso alla carica di senatore a uomini che provenivano soprattutto dall’Hispania e dalla Gallia. I confini dello sterminato impero, collegati da una immensa rete stradale, vennero fortificati e rafforzati. Soprattutto nelle zone strategiche, come la Britannia e nella regione tra il Reno e il Danubio. Vespasiano fu accusato spesso di avarizia. Ma fu generoso verso i senatori e i cavalieri impoveriti e verso le città e i borghi devastati dalle calamità naturali. Aiutò in modo particolare, gli uomini di lettere e i filosofi. A molti di loro assicurò un vitalizio di mille pezzi d’oro all’anno.

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Dipinto che raffigura Vespasiano mentre segue la costruzione del Colosseo

Marco Fabio Quintiliano, oratore e maestro di Plinio il Giovane e Tacito, fu il primo pubblico insegnante a godere del favore imperiale. Il nuovo benessere economico favorì una nuova, grande stagione di lavori edilizi, grazie alla quale Roma fu abbellita di splendidi edifici. Vespasiano ampliò il pomerio urbano, riedificò il tempio di Giove e costruì il tempio della Pace. Soprattutto, iniziò la costruzione del Colosseo, nell’area dove sorgevano i giardini privati di Nerone. I lavori per il grande anfiteatro furono poi completati da Tito.

Vespasiano soffriva di gotta. Ma morì per una malattia infettiva. Dione Cassio ci racconta che fu colto da lievi agitazioni febbrili mentre era in viaggio in Campania. Scelse allora di tornare ad Aquae Cutiliae, il luogo in cui amava soggiornare ogni anno d’estate. Continuò a lavorare, ricevendo le ambasciate sdraiato. Divorato dalla febbre, esagerò nel bere l’acqua gelata, che aggravò la sua malattia. Alla luce dei sintomi dei quali disponiamo, secondo Regis, autore de “I dodici Cesari”, l’imperatore morì di tubercolosi polmonare, una malattia dalla evoluzione rapida, accompagnata dalle febbri e da dolorose coliche intestinali. Vespasiano capì presto la gravità del male. Ma anche allora, come aveva fatto per tutta la sua vita, non rinunciò a sdrammatizzare la situazione. E pensando ai tanti adulatori e all’uso di divinizzare gli imperatori, disse a chi lo assisteva: “Vae! Puto deus fio” (Ahi ahi, mi sa che sto diventando un dio).

Tre giorni dopo morì, nella amata terra dei padri sabini. E Tito, suo figlio, diventò imperatore.

Federico Fioravanti

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